Trascrizione puntata con Francesca Serragnoli II parte

16 dicembre 2013 at 16:17

 

Benvenuti, sono Veronica Tinnirello e questo è Il Rubino, una trasmissione dedicata alla nuova poesia italiana. Oggi proseguiremo la seconda parte dell’incontro con Francesca Serragnoli, nata a Bologna nel 1972. Ha lavorato presso il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna. Suoi testi sono apparsi in numerose antologie tra cuiNuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004). Ha pubblicato le raccolte Il fianco dove appoggiare un figlio e Il rubino del martedì entrambi editi da Raffaelli editore. Collabora con la rivista ClanDestino.

 

 Francesca legge una poesia tratta da Il rubino del martedì

 

 

Volevo che la tua notte

rimanesse con la mia

che tu sporgessi piano dal lenzuolo

come un’alba che rimane continuamente

il primo gesto

di luce nel mondo.

Avrei raccolto da terra

il sole che ti cade dal viso

da quel sorriso eroso dal vento

che scende a picco sul mare.

Nei tuoi occhi andavano e venivano

le rondini, per posarsi

come quando le palpebre fanno

quel rumore di ali che si aprono.

 

Volava via invece il tuo profumo

sepolto nei luoghi

che solo il cane

che abbaia al vento conosce

 

Così ti penso

una serata blu

che stringe gli occhi fino a sparire

e subito bianca

una luna a cinque dita

che mi tiene il mento

e mi guarda.

Veronica: Ciao Francesca benvenuta a questo secondo incontro con Il Rubino.

Francesca: Buongiorno.

Veronica: Il Rubino del martedì è la tua seconda raccolta. La prima sezione cita Marcellino pane e vino, racconto e poi film in cui il protagonista è un bambino abbandonato che verrà accolto e allevato da una comunità di frati. Quando Marcellino nella soffitta del convento trova un grande crocifisso trova un amico di cui prendersi cura, con parole, cibo, coperte, presenza. Ora, rispetto alle assidue seduzioni dell’io de Il fianco dove appoggiare un figlio e di cui abbiamo parlato nella puntata precedente, questo tuo libro guarda in modo molto più ampio all’altro. Esplori molte solitudini. Che cosa è cambiato nel tuo sguardo?

Francesca: Effettivamente c’è un cambiamento. Rispetto alla prima raccolta credo di aver trovato, per rimanere dentro l’immagine del film Marcellino, quel movimento della statua. Non so se avete presente quando Marcellino porta per tanto tempo del pane a una statua? Questa immagine mi era rimasta nella mente perché la vita è un po’ così. A volte uno passa la vita a portare del pane a una statua nell’attesa che la statua faccia un movimento. Il portare se stessi davanti a qualcuno credo che sia, diciamo così, un dono bellissimo e allo stesso tempo occorre però attendere che questa statua abbia un movimento. Io credo che questa nuova raccolta mi abbia permesso di constatare questo movimento appunto e io credo di averlo visto in varie realtà che poi magari ci sarà occasione di leggere. Credo anche che sia la carità e la misericordia che ognuno cerca. Si deve vincere? Che cosa? Per farla breve, per essere sintetici, quell’ombra che ci segue e che segue tutto e che è la morte. Per questo ho scritto in una poesia Gesù come un pusher ci guarda con la roba che spezza la morte. Questa è stata l’attrazione fondamentale che a me ha fatto la differenza nella storia e nella mia storia. E poi ho scritto anche che il nulla non lo vuole nessuno, l’eternità uno desidera sentirsela addosso e bisogna sfondare quel muro e la realtà è la nostra strada, la nostra via. Il rapporto con Marcellino mi ha permesso di riassumere tutto questo movimento.

 

Francesca legge una poesia tratta da Il rubino del martedì

Eccola arrivare

con le caviglie storte di un uccello

che va a prendere la comunione.

E quel vecchio come si chiama?

Si chiamerà Primo?

Con l’occhio destro tutto rosso…

e quella con la calza elastica

che si gira con l’ostia in bocca

e rompe la fila

strisciando via le pantofole.

Ma quando arriveranno dall’altra parte

senza capelli, con la dentiera che scossa,

quando moriranno e qualcuno ci pensa

con quel fiato corto corto

che arriva fino alla sedia

e dice le preghiere, che chiama.

Cos’è il paradiso?

che lei si senta chiamare: Giuseppina!

e la vedo allargare le braccia secche e consumate

Sgnór, a t’aspitéva, a so sté tant mél

a j o sufért tant pr e’ mi bastérd!”

Al sò al sò, u t’ fa ancóra mél la gamba?”

No adès no, adès a stagh propri ben.

A pòs sté cun tè? A t’ voj ben Sgnòr”

Svanì!”

Sgnòr!”

Sét ch’a j aveva mél a un òc, mo adès l’è pasé;

a pòs stér a què a sédar? A voj aspité Primo, e’ mi amìgh”.

Chi mi dice che non sarà così?

Che il Signore non parlerà in dialetto

che mio zio, che aveva solo noi cinque al funerale

non incontrerà il Signore

che gli chiede “Enzino,

vieni qui, raccontami del cane da trifola”.

Perché Giuseppina, Ugo, Rina, Primo

quei vecchi dal nome facile

non possono parlare con Dio

come si fa quando si prega?

Il nulla non lo vuole nemmeno

il cane che abbaia al vento

perché anche l’odore

promette un senso.

Veronica: Abbiamo ascoltato di Lucio Dalla, Cara. Come mai questa scelta?

Francesca: È una scelta molto bella per me. Io non ho mai avuto occasione di conoscerlo personalmente. Poi è capitato per varie vicessitudini che mi fosse chiesto da Marco Alemanno una poesia per il suo libro, il libro che è recentemente uscito sulla loro storia. Questo mi ha riempito di gioia perché essere vicini a qualcuno attraverso una poesia penso che sia la vicinanza più intima possibile e questo è stato possibile solo in un secondo momento. Pazienza. Però mi ha riempito di gioia.

Veronica: L’uso della lingua poetica in questo libro non dimentica la capacità di tessere immagini e metafore. Ci sono un tono più colloquiale, inserti in dialetto romagnolo, come quello dei due anziani nell’aldilà che parlano con Dio. Le voci dei personaggi che tu tratteggi mi hanno fatto pensare a quella modalità tutta felliniana di orchestrare lo stupore e la malinconia della sua Romagna. Ma questa è una associazione tutta mia…Cosa è maturato nel tuo linguaggio e come mai hai inserito il dialetto?

Francesca: Allora forse potrei dire che nel mio linguaggio non è maturato mai niente, per riassumere. Nel senso che ciò che si affina, ciò che matura a mio parere non è mai il linguaggio, ma la lettura della realtà, l’intuizione poetica, quella balbettante eroica fusione fra ciò che si è e la realtà che ci ha colpito. Da quel mixer emerge forse più chiara la vita. Non è scontato che questa si evolva sempre in meglio, di conseguenza non c’è linguaggio che lo sostituisca. Il linguaggio è teso a questa creazione. Intendo dire che può essere anche povero ma rende l’idea. La forma della poesia non è solo il suo linguaggio, non è solo una misura. È qualche cosa che oltrepassa i limiti delle parole. Il linguaggio e la forma sono strumenti di liberazione del senso poetico. La testimonianza di questo credo che sia evidente quando leggiamo poesie di esperti di linguaggio, docenti universitari, critici, linguisti eccetera che scrivono poesie, mi sia permesso dirlo, mediocri, correttissime dal punto di vista della lingua, ma mediocri. Quindi è evidente che manca quel senso poetico che quando c’è anche con due parole si fanno, come si dice, si fanno le nozze coi fichi secchi. E poi non si è mai soddisfatti. La lingua è sempre in tensione, non si è mai soddisfatti, come diceva Ungaretti delle sue stesse parole. Sostanzialmente la coperta del linguaggio è sempre corta, finita e allo stesso tempo infinita. Si potrebbero su questo aggiungere tantissimi dettagli. Potremmo parlarne per un minuto o per giorni, io preferisco parlarne per un minuto perché poi sull’infinito bisogno percepirlo, il finito è quello che c’è…parlare del linguaggio sulla poesia è come spiegare il volto di qualcuno facendo vedere il volto di qualcun altro

 

Francesca legge una poesia Il rubino del martedì

 

Questa mattina ho visto i matti

scendere dal pulmino bianco

accompagnati come bambini in gita

una donna con la berretta

un signore con il riporto pettinato

che paura quei visi!

s’illuminano per un niente

presi per mano hanno

lo sguardo dei figli

puntano il dito su tutto

sole d’ottobre che scende

su donne senza trucco

risate acute come spade

li ho salutati come si salutano i bambini

facevano ciao con la mano

mani che vedo dietro di me

salire nel cielo come quaglie

e svanire lasciandomi

la prima amicizia del mondo che è l’aria.

 

Veronica: Questa era Tu si una cosa grande per me di Domenico Modugno. Cosa ti lega al brano che hai portato?

Francesca: Direi la bellezza. Quello di cui abbiamo parlato la scorsa volta. Quelle misteriose canzoni che uno ascolta e riascolta e che indicano più in là come indica nello stesso modo qualche altra occasione che sia nella vita di bellezza. E uno sta in silenzio e ascolta. Il commento alla bellezza è il desiderio di rivederla e questo è credo ciò che spinga l’uomo a tirare avanti. Qualcuno disse: a che cosa servono le cose belle? La bella canzone, il bel palazzo, la bella poesia, la bella persona? A che cosa servono? A non cadere nella disperazione. Questo mi ha suscitato tante riflessioni perché effettivamente uno pensa che in tempi di crisi occorra prima di tutto mangiare, avere una casa. Poi però ciò che non fa cadere nella disperazione è la bellezza…È un po’ in contrasto, io lo lascio, questo contrasto, lì, così.

Veronica:Cosa c’è tra un libro e l’altro?

Francesca: Bella domanda. Uno potrebbe rispondere (sorride) ci sono delle vacanze. In realtà tra un libro e l’altro c’è molta stanchezza, un po’ di senso di vuoto, senso di non aver fatto nulla, di aver fatto poco o niente. Quello che c’è, che è più pesante da sopportare è il fatto di non aver la certezza di poi farne un altro perché chiaramente la poesia non è una catena di montaggio. È qualche cosa di assolutamente…uhm…dove c’è volontà ma c’è anche quella che in un certo linguaggio si chiama grazia e che io comunque chiamo grazia allo stesso modo non con un uso analogico, ma proprio in quel senso lì. Occorre la volontà e occorre anche la grazia. Credo che la cosa più dura da sopportare sia questo. Poi ci sono gli uffici stampa, le presentazioni, tutto quello che riguarda la promozione di un libro perché è giusto che uno si prenda la responsabilità di quello che ha fatto, di quello che ha creato e che cerchi di farlo poi proseguire con le proprie gambe però occorre prima un pochino attivare quella piccola e a volte triste catena di diffusione eccetera.

Veronica: Nella scorsa puntata hai citato Mario Luzi…regalaci altri incontri, dal vivo o letterari che hanno significato molto per te.

Francesca: Istintivamente risponderei questo che gli incontri in poesia come in altro ambito…adesso parliamo di poesia, se io facessi la commercialista e tu mi facessi la stessa domanda io dovrei citare dei commercialisti che ho incontrato a qualche convegno. In questo caso io mi limito e mi interessava dire soprattutto questo, che gli incontri che io ho avuto la fortuna di avere in questi anni con tantissimi scrittori e poeti…ecco quello che ha fatto la differenza è l’umanità di queste persone. Sembra banale dirlo o sembra una specie di ritornello per riassumere un’immagine di una persona magari gentile, cordiale.Invece no. Io credo che questa bellezza umana che ho avuto appunto la fortuna di conoscere derivi anche dall’educazione che ha portato la poesia. Cioè chi legge testi altrui e chi legge i propri testi viene in un certo qual modo educato. Perché dovremmo leggere poesia se non fosse un bene per il proprio cuore, se non fosse un’educazione per il proprio cuore? A che cosa? A essere più umani. Io credo che noi non leggiamo poesia come a scuola per aiutarci ad approfondire l’aspetto linguistico oppure a sapere quali sono le metafore. Quindi io la penso in questo modo. Le persone che mi hanno colpito sono quelle che mi hanno educato alla poesia in questo senso. Uno è invitato attraverso l’umanità della persona che ha incontrato poi ad approfondire tramite i testi. Questo è evidente. Va da sé che poi ci siano magari persone che abbiano scritto dei capolavori e che non abbiano un buon carattere. Tra i poeti che ho conosciuto, adesso l’ultimo che mi veniva in mente è Titos Patrikios, grande poeta greco. Lì è inevitabile parlare di grande umanità, di questo viso che ha passato la vita insieme alla poesia. Certo, grandi dolori, grandi emozioni, grandi gioie però sempre con questo sguardo poetico. Questo sguardo poetico fa un pochino la differenza perché permette di vedere tutti i lati quindi dà anche una serenità. Quando la gioia è vera gioia, si guarda anche il dietro della gioia. La poesia è anche questo, quando scrive non dimentica nulla. Non è la canzone che ti fa dimenticare per un attimo tutto il resto della tua realtà, dolorosa, faticosa. La gioia della poesia è una gioia inferiore, si grida meno, si ride meno però è veramente molto più profonda e molto più vera.

Francesca legge una poesia tratta da Il rubino del martedì

 

Ci vorrebbe proprio tutto

il tempo di cucire un bottone.

Quel fermarsi

in quel punto della camicia

su e giù con l’ago

e il filo lungo che va in alto e scende.

Quell’andare al di là e tornare, basterà?

 

Il viaggio di una madre

il puntino luminoso della sua mano

che dal cielo scende

e sale un filo che fra le dita

sembra attraversare niente.

 

Io ti avevo stretto la mano

nella panca della chiesa dei Servi

sentivo che piangevi

non sapevo come ricucire

il fiore sdraiato del tuo respiro

con tutte quelle radici al vento.

 

Veronica: E’ arrivato il momento di salutarci. Ricordo il libri di Francesca Serragnoli: Il fianco dove appoggiare un figlio e Il Rubino del martedì entrambi editi da Raffaelli editore. Se volete riascoltare la puntata o leggerne la trascrizione potete consultare il sito www.ilrubino.it e scrivere a info@ilrubino.it. Grazie Francesca.

Francesca: Grazie a voi.

Veronica: Grazie a Simonluca Laitempergher per tutta l’assistenza tecnica e un grazie a voi per averci ascoltate.