Trascrizione puntata con Giancarlo Sissa II parte

21 dicembre 2013 at 5:24

Benvenuti sono Veronica Tinnirello e questo è Il Rubino, una trasmissione dedicata alla nuova poesia italiana. Oggi si terrà il secondo di due incontri con Giancarlo Sissa e ascolteremo: di George Gershwin un estratto da Rhapsody in Blue e Fandangos de Huelva interpretato da Carmen Linares.

Come già anticipato oggi parliamo di e con Giancarlo Sissa. Nato a Mantova nel 1961. Francesista, traduttore ed educatore, ha pubblicato come poeta: Laureola, Prima della tac e altre poesie ( prefazione di Giovanni Giudici), Il mestiere dell’educatore, Manuale d’insonnia, Il bambino perfetto. Attualmente sta lavorando ad una raccolta di prossima pubblicazione: La costellazione delle altalene. È presente in numerose antologie. Citiamo Il pensiero dominante, poesia italiana 1970-2000 (edita da Garzanti, 2001,a cura di Franco Loi e Davide Rondoni).

 

Giancarlo legge una poesia tratta da Laureola

 

E se avessi trascorso

l’infanzia a mordere fiori

nella nebbia adolescente,

in bicicletta o in attesa

al passaggio a livello tintinnante,

col gilè di lana e i calzoni corti,

o forse male ricordo, del resto

poco m’ascolti, tu sorso d’acqua

 

certo tu pure bevuta

con la gonna levata

al tempo che passa senza avvertire,

solo me ne accorgo guardando

i panni stesi in bianche fiamme

ai balconi serrati

non so come cosa, forse donne,

mie care donne, ti amo.

 

Veronica: Ciao Giancarlo, benvenuto.

Giancarlo:Ciao, Veronica.

Veronica: Laureola è stata la tua raccolta d’esordio. Giovanni Giudici, in relazione a questo libro, parlò di te come di un tenero poeta d’amore lontano da facili sentimentalismi. A sentire il titolo si potrebbe pensare a quell’alone di luce che santifica i corpi, ma invece, scoprendolo senza apostrofo, si viene a conoscenza che Daphne Laureola è una pianta sempreverde molto velenosa. Roberto Galaverni, fa notare poi come alla rima sabiana fiore-amore sia subentrata nelle produzioni successive quella di orrore-amore. Volevo approfondire questo binomio.

Giancarlo: Ho cercato di evitare in questo binomio gli “effetti Sanremo”, cioè appunto della canzone d’amore che fa rima con fiore, cuore eccetera eccetera. Tenendo presente un poeta molto importante, scomparso purtroppo una quindici d’anni fa, del secondo novecento italiano, vale a dire Ferruccio Benzoni e un suo verso contenuto nella raccolta Fedi nuziali, dove lui dice non esiste grazia senza l’orrore…Ecco che mi si è profilata questa rima facile e però suggestiva, quella dell’amore e dell’orrore che in fondo sono compagni di viaggio, compagni di strada, che servono a complicarsi a vicenda, in un modo ricco e non inutilmente difficile o complesso. È bene che gli opposti e i contrari e le distanze restino comunque sempre in contatto questo aiuta a ridurre le certezze. Non esiste un amore certo, non esiste un orrore definitivo. Questo è il continuo movimento della vita. La poesia cerca di restituirlo.

 

Giancarlo legge una poesia tratta da Laureola

 

Pont-Neuf

E cosa importa si porti vino

a un tavolo dove non se ne beve

solo lettere scriviamo e malaccorte

ma vere come il bere del mattino

o nebbia la nebbia che si porta

altrove le parole – ma lo fa piano –

come a notte la tua mano cioè

quel posto dove riposo e amo

 

e solo lettere scriviamo e malaccorte

– o notte – ma le scriviamo forte

 

così a lungo io t’ho aspettata

fino al che saremo un’altra cosa

o quella semplice che non sappiamo

– carezza senza morte – sul Pont Neuf

la luce nella neve era rosa

 

Veronica: Abbiamo ascoltato un estratto di Rhapsody in blue, brano composto da George Gershwin nel 1924, una fantasia sonora ispirata dalla New York di quegli anni. Come mai hai scelto questo pezzo?

Giancarlo: Ho scelto questo pezzo perché appartiene alla mia giovinezza. Gershwin mi ha sempre colpito per la genialità, per la sua straordinaria capacità anche di interpretare se stesso e poi perché è unaltro di quegli elementi che in ambito jazzistico ma non soltanto, come l’altra volta, nella scorsa puntata abbiamo parlato un attimo di Baudelaire e di Rimbaud, di rottura rispetto ad un orizzonte d’attesa abbastanza consolatorio forse anche pacificato, un po’ da operetta. Lui introduce elementi di grande modernità e di grande inquietudine risolti in un capolavoro assoluto della musica del novecento come Rhapsody in blue. E poi mi ricorda quando ero più giovane, quando ero ragazzo, ascoltavo queste cose un po’ strane con gli amici. Ci piacevano tanto, ci aiutavano ad innamorarci.

Veronica: Usi spesso la rima. Sempre Galaverni ti definisce un melodista. So che oltre a Giudici, tuo maestro di cui ne Laureola leggi e rileggi La vita in versi, D’Elia, Benzoni, Penna, Caproni, sei un grande lettore e ascoltatore della canzone d’autore. Per esempio, ti ho sentito spesso citare Piero Ciampi. Qual’è il tuo rapporto con la musica e che ritmo cercano i tuoi versi?

Giancarlo: Il mio rapporto con la musica è un po’ difficile, devo dir la verità, perché la musica la vivo in modo molto pericoloso. Sono molto sensibile alla musica, alla canzone. Possono cambiarmi l’umore per una giornata, in modo devastante. Mi mettono in pericolo. Mi sento vulnerabile, fragile, piccolo. Questa è una dimensione che aiuta a riconsiderarsi da un punto di vista dell’umiltà e quindi mi interessa molto, mi piace…però dall’altra patisco a volte. Non voglio esagerare. Credo che non succeda solo a me, a me succede con una particolare intensità. Però la amo molto perché la musica è davvero bella. È qualcosa che risuona in noi dall’inizio, prima ancora della voce, prima ancora ti tante altre cose. Quindi in un certo senso è anche qualcosa a cui tornare, da un punto di vista anche archetipico. Poi in Italia noi abbiamo una grande tradizione di canzone d’autore che per certi aspetti ha supplito ad alcune non lievi e non di poco conto mancanze della produzione poetica. Nel senso che, a un certo punto, a partire dalla vittoria della neoavanguardia quando la poesia si fa più da laboratorio, meno vicina alla quotidianità delle persone, il suo posto è come se venisse in parte preso dalla canzone d’autore e dai cantautori. Ne abbiamo moltissimi, grandissimi. Alcuni poeti “in proprio”, altri come Lucio Dalla, grandissimo Lucio Dalla, che hanno prediletto la poesia e la collaborazione con grandi poeti come Roberto Roversi. E quindi, in un certo senso, la musica e la musica cantata, la parola musicata mi appartengono, un po’ come generazione, culturalmente. E mi sono riconosciuto a mia volta in questo modo di scrivere. Io non mai scritto canzoni, non ho mai scritto per musica. Ma mi sembra di poter dire che nei primi libri, sopratutto, la musica c’è nel verso. Diventa un verso cantabile, riconoscibile e la rima è il primo motore di questa cosa.

 

Giancarlo legge un testo tratto da Manuale d’insonnia

 

Torino, Eva Yerbabuena

ancora a Valentina 

Mi chiedi se posso…fare cosa?

dire se il corpo piange un buio

che spacca in cuori il canto?

pioverà la notte, ma intanto

questa donna è un ventaglio

che batte il suo alfabeto

sui fianchi del pianeta – o nella sera il taglio

e sangue la sua seta

se le tuona in petto

chissà che mare –

ombra che dalla terra stacca

e prende a ballare – colomba

di duende – che non sa riposare

o l’anima che dal nero sorge – così dev’essere

sapersi tempo senza

precauzione e il seno

sporge a un suo balcone

ideale di fame, di miniera, di gioia

furibonda…da giovane cane

o nera onda “ed ecco il mio esercito”

di palmas e di bicchieri – in marcia nel buio dei misteri

che batte batte batte la paura

e la disdetta d’uno sconosciuto

ieri – o segni di carbone

accesi ad ogni passo nella notte

di Torino – smarriti come a un sogno

gli occhi di un bambino – perché

qui ammala la perfezione e si dispera in devozione

– qui si fanno insulto silenzio

e redenzione e solo guarisce in pianto

il canto la sua passione –

e sta come in uno specchio

l’arcana pena e accoglie

fiori e frutti nella gonna

che avvelena – farfalla o mariposa che rapisce

l’invisibile incontro della sposa

santa con l’impossibile che tace

e canta – e no, io non posso…

la perfezione non la so davvero

raccontare, tu meglio di me

l’hai fatto, che per amore

ti sei lasciata attraversare.

  

Veronica:Nel titolo di questa tua poesia citi Eva Yerbabuena, una delle più grandi “bailaores” del flamenco internazionale. In origine il flamenco era crudo canto, chitarra e danza si aggiunsero solo in seguito. Federico Garcia Lorca fu tra quegli intellettuali che si batterono per farlo riconoscere come una forma d’arte. Ci è riuscito perché oggi è un Bene protetto dall’Unesco. Nei testi ci sono riferimenti costanti alle tradizioni, ai valori della vita, alla sofferenza dell’emarginazione, al malessere esistenziale, al carcere e al mal d’amore.Sono temi che appartengono anche al tuo percorso poetico. Nei tuoi testi parli del disperato appassionarsi alla cicatrice. Come è nata questa tua passione “gitano-andalusa”?

Giancarlo: Al flamenco mi ha introdotto in qualità di aficionado, non di musicista né tantomeno di bailaores, Valentina, una persona per me molto importante. E del flamenco mi sono innamorato e per quanto possibile, non essendo un musicista, occupato più da un punto di vista testuale, poetico. Il flamenco è tante cose. È una filosofia di vita per chi lo vive interamente, davvero, quindi per larga parte della popolazione andalusa. È un’arte complessa, stratificata nel tempo, nel corso dei secoli. È un’arte che testimonia la possibilità di popoli anche molto distanti però di incontrarsi, di convivere in uno stesso territorio, di creare assieme appunto stili musicali, canti e non solo. E quindi mi ha affascinato da subito anche per la forza enorme e un po’ buia, un po’ incendiata che porta con sé. L’origine ne é il canto, come tu dicevi, un canto povero, un canto disperato di voci sanguinanti. Quindi qualche cosa molto vicino all’intensità primordiale della poesia o quasi

della tribù che da itinerante si fa stanziale e lì canta il suo dolore, la sua malinconia, la sua nostalgia della vita. Quanto a Eva Yerbabuena che ho avuto il privilegio emozionantissimo di conoscere di persona e che mi ha invitato a leggere prima di un suo spettacolo questa poesia a Bologna…Posso dire che è una persona di semplicità geniale. Intanto forse non molti sanno che è figlia di immigrati. È nata in Germania poi è tornata in Spagna, in Andalusia e lì un po’ anche contro il volere della sua stessa famiglia ha ballato il flamenco. Quindi sfidando un po’ tutto, anche la sorte avversa, fino a diventare io credo, dopo la morte di Antonio Gades, la massima interprete al mondo di quest’ arte. È una persona di una dolcezza, di una semplicità, di una gentilezza, di una disponibilità all’incontro con le altre persone assolutamente straordinaria, ammirevole. Sono onorato anche solo di aver potuto pensare di dedicarle una poesia, a lei e a Valentina che me l’ha fatta conoscere… questa poesia.

Veronica: Questa era Fandangos de Huelva cantata da Carmen Linares. Ne Il bambino perfetto, tuo libro più recente,parli del silenzio come il più vile strumento del potere, l’altra faccia della paura, somministrato in quegli anni d’eroina. Scrivi anche di un silenzio dell’inferno che si genera nel punto indefinito di buio e luce/ minuscola voragine del sempre. Volevo sapere, da poeta, quali sono le volte che ti sei riconciliato con questa illusoria assenza di suono.

Giancarlo:Direi che io distinguo almeno due accezioni della parola silenzio. C’è un silenzio colpevole e tremendo che è quello di chi tace la verità o di chi tace ciò che l’altro avrebbe diritto di sapere, ad esempio. E non è che in Italia presentemente manchino gli esempi. Sorvoliamo ma a tutti ne viene in mente qualcuno. Questo per quanto riguarda la sfera pubblica, ma ognuno sa da sé ciò che lo riguarda anche nel privato. E questa dimensione della parola silenzio mi è sempre sembrata particolarmente vile perché è un modo di non mentire, o meglio di mentire senza mentire, quindi oltretutto spregevole, senza nemmeno esposizione a rischio di essere sbugiardati. È un silenzio colpevole, complice, giudicante, tremendo. E poi c’è invece un’accezione estremamente positiva, che è precisamente quello che credo ci manchi di più in assoluto, che ne siamo coscienti o meno.L’inquinamento acustico delle nostre città è spaventoso. Magari non ci facciamo più caso, ma ormai è davvero così. Un caro amico, un traduttore che è venuto a trovarmi da Praga qualche tempo fa, amando molto l’Italia e Bologna, città nella quale aveva studiato l’italiano in gioventù e nella quale di tanto in tanto torna, registrava negli ultimi anni il fatto che lui che non riusciva più a parlare per strada con chi si accompagnava con lui in una passeggiata. In effetti si fa una gran fatica a sentirsi. Il rumore è ovunque. Diciamo così, il rumore è un suono sgradito, non è un suono bello. Io non credo che il silenzio o che il suono siano una questione quantitativa, dovrebbe essere qualitativa. Questo costringe un attimo a fermarsi, a fare silenzio per ascoltare meglio se stessi e i suoni che si producono.

 

Giancarlo legge una poesia inedita tratta da La costellazione delle altalene

 

Dalla sezione Andaluse

 

Il silenzio del patio

 

 

Il silenzio del patio semplicemente è tale

per migliaia di chilometri di pace e di cicogne

come un insistere di onde senza suono lungo il viale

e negli occhi macchie di deserto, stanze

piene di libri in mare aperto

 

sono lontane le parole accese a notte in osteria

Montesino – solo l’amore necessario e quel poco

di compagnia … maestro, poeti, atleti del fallimento

e della bottiglia infranta controvento sulla chiglia

dell’arca del miraggio

 

ora siamo in viaggio nella carezza ardente

del cielo d’Andalusia – qui convocando i cari

dispersi in grida di rondini e afflitte migrazioni –

sai ancora le parole inutili delle canzoni?

il caldo buio del troppo vino?

 

respirando l’oceano mi ripenso bambino, ascolto

il grande e vuoto fuoco delle madri cantando …

la leggenda del tempo o la pietra rotolante

nella marea – muore un poeta e ne nasce

un altro, ma perso a un nuovo altrove

 

altre parole senza prove – via del Pratello,

calle Molineros, il nostro assente movimento

o la statua di Lola Flores, ma il vento è contento

a notte nel patio tale quale pieno di fiori colori

senza il nero

nostro dentro pieno di fuori.

 

Giancarlo: Se posso aggiungere una cosa…direi soltanto che questo testo è una piccola anticipazione che vorrei regalarti dalla prossima raccolta e che si chiamerà La costellazione delle altalene e che ti ringrazio davvero tanto di avermi dato la possibilità di leggere, di raccontare.

Veronica: Grazie Giancarlo. Grazie a Simonluca Laitempergher per tutta l’assistenza tecnica e un grazie a voi per averci ascoltati.